I SANTINI DEL PRETE

Il_Melograno aprile 27, 2012 Commenti disabilitati
I SANTINI DEL PRETE

Attendendo di festeggiare alla galleria Il Melograno il ventennale de I Santini Del Prete, pubblichiamo un testo scritto per loro tempo fa da Bruno Sullo

I Santini Del Prete: arte e non-arte per un gioco di vita

1 La preistoria

La nascita del sodalizio de I Santini Del Prete, favorita e quasi resa ineluttabile dalla curiosa complementarietà dei cognomi di Franco Santini e Raimondo Del Prete, è un evento relativamente recente: si identifica con uno strampalato “concerto” eseguito a Ponte Nossa (Bergamo) nel 1992, durante il quale i due amici s’improvvisano, (soprattutto Del Prete) musicisti, e si producono in una canzone sconclusionata e cacofonica che, però, già enuncia Alcuni concetti fondamentali, fissati dalla frase «Non siamo artisti, siamo ferrovieri». Prima che la situazione giungesse a questo punto Santini e Del Prete, il primo di Vada (Livorno), il secondo di Torre del Greco (Napoli) ma trasferitosi a poca distanza da Vada, si conoscevano (dal 1982) e percorrevano un loro tragitto artistico individuale.

Franco Santini aveva avuto, dopo le Scuole Medie, l’indicazione a frequentare un Liceo artistico: ed infatti, nel lontano 1965, prende la decisione di iscriversi all’Istituto Tecnico Industriale. In seguito frequenta due anni di Università, ma, nel 1973, il suo destino si compie: è assunto dalle Ferrovie dello Stato ( dove avrà una brillante carriera di dirigente). Nel 1982-83 frequenta un corso di disegno e pittura all’Università Popolare di Rosignano Solvay (Livorno) e qui incontra Del Prete: questi due eventi segnano la sua vita artistica.

Fino ad ora Santini ha al suo attivo un’intensa operatività nel campo della fotografia, sia come operatore che come insegnante, partecipando a vari concorsi e aggiudicandosi premi anche nazionali. La sua successiva evoluzione l’ha condotto a esperimenti di stampa artistica, a interventi manuali sulle fotografie, infine a entrare nel mondo della Mail art: il citato “concerto” del 1992, in cui Santini suonava la sua chitarra, era appunto eseguito durante un convegno di Mail art.

Raimondo Del Prete ha 22 anni quando viene assunto dalle Ferrovie, e 23 quando, sposatosi si trasferisce a Rosignano Marittimo (1980), dove conosce Santini(1982). La carriera artistica di Del Prete si svolge, prima del 1992, nell’ambito della Mail Art. Particolarmente significativo il suo progetto di Arte Domestica, condotto sotto il nome della moglie e, in seguito quello del tutto fittizio di Carmela Castiello.

Il progetto si articola in due direzioni: il rinvenimento di oggetti ed aspetti della più disarmante quotidianità, anche oltre il limite del banale ( oggetti comuni, messaggi familiari, fotografie di parenti, immagini devozionali, ecc.), e la realizzazione di opere che sono in pratica stampe fotografiche su alluminio degli oggetti selezionati. Il livello esecutivo è affrontato con una scelta di consapevole medietas  ( le foto non sono mai più che denotative
) che permette una convergenza tra l’estrema privacy e l’estrema spersonalizzazione ( che sarebbe piaciuta a Kandinsky) e avanza un intuizione di “artisticità diffusa”, cioè presente in ogni persona e in ogni aspetto della vita, intorno alla quale in seguito lavora assiduamente con l’amico Santini.

Del resto, non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente modestia della proposizione artistica: l’assunzione del “mediocre” a forma d’arte corrisponde ad una precisa scelta estetica e filosofica e non presuppone affatto una rinuncia all’eccellenza, se è vero che «nulla è più universale del domestico», e come dice l’autore sintonizzandosi con alcune considerazioni di grande lucidità di Massimo Carboni ( Il sublime è ora, 1993): un’universalità sottolineata dal mezzo espressivo prescelto, quello fotografico, il più neutro, il più denotativo possibile, poiché il quotidiano non ha bisogno di mediazioni e manipolazioni, è il patrimonio comune a tutto gli uomini e dunque è universale. Come l’arte.

2. Non sono artisti, sono ferrovieri

Questi i percorsi de I Santini Del Prete, prima che il sodalizio nascesse. Certo, l’incontro del 1992 è stato lo starter di tutta una nuova prospettiva di idee e di lavoro. In effetti, la complementarietà dei cognomi, la comune professione di ferrovieri, la convergenza sul progetto d’estrazione dell’artisticità diffusa dalla vita sono fattori che hanno favorito la costituzione di un soggetto unico e indivisibile, chiamato semplicemente I Santini Del Prete, che ha avuto almeno il merito di risolvere in modo molto naturale  l’antico dilemma dei rapporti tra arte e vita, o vita e arte. La soluzione è semplice e straordinariamente efficace: è sufficiente trasferire tout court , senza sovra costruzioni, considerazioni filosofiche, spiegazioni a posteriori, il vissuto quotidiano nel modo dell’arte.

Naturalmente esiste il problema dei modi e del linguaggio. Ma se rappresentiamo la quotidianità con qualcosa che ad essa, immediatamente, ci rimanda, lo proponiamo nelle gallerie, nei centri culturali o durante gli happenings, e lo presentiamo senza nessun tentativo di snaturarlo o di nobilitarlo, questo potrà provocare una divaricazione, un disorientamento che, sottolineandola, renderà lampante l’azione dirompente della quotidianità, e ne sosterrà il valore esistenziale, la capacità di stravolgere le regole, i riti, le false prospettive d’un Sistema fortemente strutturato e spesso distorto come quello dell’arte. E che cosa c’è di più diretto e di più quotidiano del mestiere quotidianamente effettuato? E con che cosa si può meglio rappresentare il mestiere se non con la divisa, la divisa di ferrovieri che I Santini Del Prete indossano nella vita, che assicura loro una identificazione ed anche un’omologazione, e che può essere provocatoriamente gettato nella mischia per produrre una nota stridente, discordante, un’allusione alla vita che si consuma fuori delle gallerie e dei musei.

Il binomio arte-vita, oggi sempre più logoro e scontato, percorso in entrambe le direzioni, è assunto da I Santini Del Prete in un’accezione originale, legata ad alcune significative caratteristiche. Una è la perfetta ambivalenza, la pariteticità dei due termini dell’equazione; l’altra è la specificità/concretezza: I Santini Del Prete portano in arte non il concetto di realtà, ma la realtà stessa, nella sua quotidianità, attraverso la fisicità delle divise; la terza è la disponibilità, anzi persino la felicità, con cui gli autori colgono le varie e diverse occasioni di esprimersi e di “esporsi”. Rimanendo sempre coerenti con questo clichè operativo, I Santini Del Prete producono un ampia serie di soluzioni, dalle opere visive (lavori di pittura e di fotografia), alla Mail art ( è talmente breve lo spazio, anche concettuale, tra Ferrovie e Poste),alle performance, all’installazione, alla video art.

E’ stato ipotizzato che il trasferimento della professione ad un improprio ambito artistico sia una stratagemma per demotivare il ruolo al quale I Santini Del Prete sono costretti nella “vita reale”. Ma è difficile pensare che essi lavorino con tanto impegno solo per giungere ad un concetto così banale come la fuga nell’arte dalle frustrazioni della vita; si potrebbe piuttosto ipotizzare, all’opposto, che essi fuggano dalle difficoltà e dall’omologazione della realtà artistica istituzionalizzata.  Comunque, la loro dichiarazione «non siamo artisti, siamo ferrovieri» assume un valore epigrafico, fortemente provocatorio nella sua assoluta sincerità e verità. Per esempio, ha condotto a situazioni di grande intensità poetica: in un lavoro comportamentale eseguito a Forlì nel settembre 1996, I Santini Del Prete, dopo essersi svestiti delle divise ed averle fatte indossare ad altri, si aggiravano in costume succinto tra il pubblico, chiedendosi con una certa vena d’angoscia, « chi siamo noi?»: come uomini che con la divisa avessero smarrito la propria identità.

3. La non-arte, un’intuizione di varia umanità

Certo, con lo sconfinamento e la contaminazione tra vita e arte, tra ferrovieri e artisti, pongono un interrogativo a suo modo angoscioso: chi sono, dunque I Santini del Prete? I lettori non possono dirlo, e neppure gli autori lo fanno, anzi girano il problema ai fruitori in una sorta di scarico di responsabilità classificatoria.

Ma se con Marcuse si accetti che l’arte abbia il ruolo “rivoluzionario” di analizzare la realtà (ferrovieri) e produrre ipotesi alternative (la Ferrovia è artistica?) verificandole all’interno del proprio statuto e riproponendole come possibili ed auspicabili prospettive esistenziali ( utopia, non falsità), si potrebbe forse ribaltare la formula che identifica I Santini Del Prete.

Ma a che pro? I Santini Del Prete non lo vorrebbero. La loro ricerca procede infatti in una direzione opposta: nella disequazione “artisti-ferrovieri” essi destabilizzano il primo termine, negativo (non siamo artisti), fino a superarlo, e a trasformarlo nella definizione, in qualche modo positiva ( in quanto descrive una connotazione reale), di non –artisti, che certamente comprende lo status  di ferrovieri (secondo termine della disequazione), ma non solo questo, naturalmente.

Non è un concetto di poca importanza. Esso s’impone per originalità e per coerenza, ed è serio e scherzoso ( o meglio ironico) allo stesso tempo, come tutte le operazioni degli autori: è solo appena estremistico, quel tanti che serve: nel mondo dell’arte, essi dicono, v’è spazio per la Non-arte, che non è un concetto negativo o liquidatorio, come molti “rivoluzionari” dell’arte hanno inteso, ma una poetica scomoda e però positiva che non ricusa l’arte ( non potrebbe, perché un non-qualcosa presuppone necessariamente l’altro-da-sé ), ma dialoga con essa recando al rapporto il coraggio della negazione.

Così I Santini del Prete pongono le basi semplici, e per questo potentissime,  di un movimento che hanno coerentemente dotato di un Manifesto tecnico-ideologico, rivolto a tutti coloro che, amando l’arte e avvertendone gli stimoli interni, non si sentono di definirsi “artisti” e sono, comunque, testimoni di quell’artisticità diffusa di cui, come detto, I Santini Del Prete  sono instancabili ricercatori.

4. Dalla performance alla fotografia dell’hic et nunc

I concetti e le intuizioni de I Santini Del Prete  sono riversati nell’operatività artistica in termini semplici, minimali, che sono i più adatti a tradurre una medietas ideologica che non richiede proclami o grandi progettualità. La base sostanziale di tutto il loro lavoro consiste in una sorta di autopresentazione, in divisa (in costume?) di ferrovieri, effettuata all’interno di un’azione comune, perfino banale.

L’ambito più frequentato è quello della cosiddetta arte effimera, soprattutto la performance, che permette agli autori di prodursi nei luoghi e nelle occasioni dell’arte con la forza spiazzante della propria semplice presenza; in questi luoghi la non-arte non intende proporsi come un fenomeno scomodo, polemico, irriverente, bensì come un interlocutore privilegiato, un collaboratore, nel grande scenario dell’arte. La destabilizzazione che le loro operazioni producono è rivolta, piuttosto all’arte istituzionale e di sistema, ed anche alle aspettative standardizzate dei fruitori che restano disattese dall’anomalia di artisti che, con indosso i simboli del loro mestiere reale, eseguono azioni della più ovvia normalità. La provocazione è intrinseca al progetto, non procede dalle modalità operative: queste non aggrediscono lo spettatore, non lo sfidano, anzi si traducono in un registro gioioso, giocoso che ha nell’ironia (e nell’autoironia la sua caratteristica identificativa. Questo rende lieve la non-arte, libera dalle ombre di rabbia, o dalle aspettative socio-politiche, o dai grandi impegni speculativi, per restituirla alla sua vera natura, al ruolo che le è congeniale, quello di promuovere un miglior modo di vivere.

Con questi concetti I Santini Del Prete ritornano dalla performance all’arte visiva, recuperando il genere fotografico, aggiornandolo alla realtà tecnologica di oggi, e assegnandogli il consueto ruolo di rappresentare se stessi ( non per nulla qualcuno li indica come “cugini di Gilbert & George) in situazioni autoreferenziali (ecco i grandi Mandala, composizioni di figurazioni di ferrovieri che volano e si rincorrono in traiettorie circolari), ovvero in scenari registrati gli occhi fotografici installati nei più diversi e lontani siti della terra, prelevati dalla Rete, accettati in tutta la loro approssimazione qualitativa e riproposti come opere d’arte.

Il dato singolare, con qualche spunto di genialità, è il costante in questi scenari di strade, piazze, edifici, insomma di vita quotidiana della città carpita quasi come un furto, di due figurine alienate ed alienanti che sono I Santini Del Prete, ovviamente in divisa da ferrovieri, stridenti, immotivate ed anche inopportune nella logica dell’immagine. Questa presenza è utile a trasportare i protagonisti in luoghi lontani, e a evidenziare questi maggiormente in rapporto al contrasto tra contesto e testo, infine ad acquisire aspetti, scene, prospettive di corrente attualità e al tempo stesso di sostanziale lontananza ed estraneità. Un viaggio affascinante, effettuato in prima persona, di cui I Santini Del Prete si fanno promotori nello stesso momento in cui ne propongono le diverse tappe in tutta la loro innegabile, stupefacente assurdità. Elementi, questi, distintivi della non-arte e distintivi de I Santini Del Prete.

Testo di Bruno Sullo

BRUNO SULLO   e                                                                                 I SANTINI DEL PRETE
BRUNO SULLO e I SANTINI DEL PRETE

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