MAURO ANDREANI

Il_Melograno febbraio 2, 2012 Commenti disabilitati

Mauro Andreani: la lucidità e il disincanto di un progetto sull’uomo.

Testo di Bruno Sullo

 

1 L’inizio: un giovanile disincanto

I primi lavori visivi di Andreani datano intorno alla fine degli anni ’60 del novecento. Sono lavori di “pittura” nei quali, tuttavia, l’elemento pittorico è subordinato al mondo del significato, alle tesi da dimostrare, dunque più strumento che ambito linguistico o estetico autonomo. Il senso che se ne trae è di una catalogazione di disumanità in cui il mondo e l’uomo sono descritti con tale, quasi assurda, semplificazione da essere ridotti a schemi sommari e inquietanti che portano in sé, nella loro innaturalità, i segni del proprio destino. Situazioni, idee e giudizi che si materializzano in un “lungo”( in termini fisici) lavoro del 1980, presentato alla Galleria Elefante di Livorno ( insieme ad un “parallelo” dell’amico Paolo Bottari): una striscia di 10 metri in cui una serie di sottili figure umanoidi, sgraziate e sinistre, eseguono le più diverse azioni, alcune semplici e quotidiane, altre irreali, spesso drammatiche, in una spietata elencazione di situazioni, gesti e atteggiamenti a metà strada tra farsa e tragedia.

Tutte le opere di questo periodo sono da considerare d’approccio all’arte: tuttavia in esse si manifesta, già lucido e disincantato, un giudizio fortemente critico sull’uomo, sulla sua natura e sulla società che ha costruito, che non subirà correzioni e costituirà una sorta di fil rouge, una dolorosa garanzia di coerenza, in tutta l’avventura artistica dell’autore.

 

2 Il senso del tempo e l’annullamento

Fa forse parte del disincanto giovanile dal quale Andreani prende le mosse l’acuto sentimento del tempo, il senso di perdita prodotto dal suo trascorrere, che spingono l’autore a segnare con un timbro datario e una firma di convalida ( o di “annullo”) ogni giorno della sua vita a partire dal 19 agosto 1947, data della sua nascita. Il risultato dell’operazione, Il calendario, è un’opera in divenire, che avrà termine solo con la morte dell’autore, e costituisce una sorta di catalogazione del tempo fissata in un grande libro ogni pagina del quale contiene 365 e 366 timbri( un anno di vita). Con quest’opera Andreani opera una forte censura rispetto alle sue opere di pittura, avvicinandosi a certi progetti di arte concettuale, come ad esempio quelli di Kawara (Today Series) o di Opalka (Details). Come per questi Maestri, anche per Andreani si può parlare di una disposizione al tempo stesso “analitica” e “sintetica”: sono analitici l’assetto numerico, la serialità, la continuità e anche, stilisticamente, un certo grado di astrazione nell’organizzazione visiva del libro; sono sintetici (nell’accezione “kantiana di Barilli) l’approccio autobiografico, la siglatura, il riferimento a specifici giorni della vita.

Simile al Calendario, ma risolta sul versante ironico, è l’opera Curriculum vitae, che documenta questa volta, una per anno, l’immagine dell’autore a partire dal fatidico 1947, segnandone talora acutamente le variazioni di aspetto imposte dal trascorrere degli anni alludendo in modo apparentemente neutrale al concetto della morte che si realizza vivendo. L’opera presenta un legame molto stretto con Opalka che, alla fine di ogni seduta, fotografava se stesso in identiche condizioni di luce e posizione documentando anch’egli lo scorrere del tempo in un modo diverso, ma concettualmente non lontano da quello di Andreani.

La riflessione sul tempo e sulla vita è un fil rouge che attraversa tutta l’opera di Andreani: gli assicura coerenza e rigore, ma gli consente anche un certo grado di evolutività nel passaggio da un ambito personale a uno più generale di coinvolgimento degli altri, sia nel passaggio da un impianto concettuale e speculativo ad una ricerca più concreta sui materiali e i modi dell’arte ( in particolare il colore, inteso come sostanza materiale e l’invasività magmatica del poliuretano espanso). Al primo livello appartiene l’utilizzo del marchio ANNULLATO prodotto da una pinza punzonatrice a e applicato su fotografie, carte d’identità  e altri tipi di documenti: l’azione è semplice nella sua ripetizione talora ossessiva, conserva una forte valenza concettuale e però trae sostanza e varietà dai diversi tipi di personaggi e di documenti “annullati”, infine attinge dal monema “annullato” una evidente sensazione di angoscia esistenziale. Senza considerare la forza, anzi la brutalità della perforazione che sottolinea crudamente il significato della parola, fornendone un’interpretazione fisica, quasi cruenta, che è uno degli elementi più interessanti dell’operazione.

 

3 L’invasività delle vernici e del poliuretano espanso

La seconda deviazione dal concettualismo analitico consiste, come detto sopra, in un’analisi concreta sul colore e sulla materia. Anche in queste esperienze, che accettano un buon livello di cromatismo, Andreani si tiene molto lontano dalla “pittura”: il colore è inteso come vernice, materia fisica, per lo più costituita da smalti ad acqua, la materia è rappresentata dalla massa invadente e incontrollabile del poliuretano espanso. Se l’uso degli smalti conserva un certo legame psicologico con la tradizione pittorica (ma qui essi sono impiegati senza pennelli, allo stato liquido, in macchie e colature che acquistano sostanza fisica seccando), più articolato e sostenuto, fino ai limiti della sovversività, è il discorso sul poliuretano, una sostanza leggera ma occupante spazio che si dilata, si infiltra, tracima, rende difficile la verifica progettuale, impegna l’autore in un sfida tra intenzione e risultato, che allude al dramma  che si consuma nella vita( ecco riemergere il disincanto giovanile) tra il pensare e il fare, le aspirazioni e le realizzazioni , i sogni, e l’oggettività del flusso quotidiano del tempo che sfugge al controllo individuale e rende fragile l’uomo.

Con questi presupposti Andreani realizza opere singolari, ironiche, inquietanti che subiscono l’aggressività del poliuretano, o lo piegano a forme fantasiose (cerchi, gocce, pacchetti chiusi nel cellophane, “cervelli” disposti a terra in ritmi ripetitivi), ovvero lo sottopongono a sezionamenti e frammentazioni, attraverso operazioni cui non sono estranei aspetti ludici o autoironici.

Sono opere di grande proprietà e intelligenza, accurate, pulite, in cui l’autore, nel giocare con i propri materiali, non dimentica le motivazioni esistenziali che informano la sua personalità, non rinuncia a un concetto interpretativo dell’esistenza, del tempo e della storia, è comunque lontano dalla “pittura” e supera lo stesso concetto di “arte” per affrontare i problemi e i conflitti che rendono la vita pericolosa, contraddittoria, talora amara, comunque da vivere.

 

4 Progetto Uomo: il versante performativo

Tutto questo ricco complesso di idee, riflessioni, opinioni delinea uno scenario che Andreani, dal 1983, ha voluto denominare Progetto Uomo, che ha occupato al sua operatività fino ad oggi, e che non è affatto concluso. Il nome è abbastanza ampio da comprendere aspetti vari e diversi, tutti però tendenti ad un punto centrale, nevralgico, che è lo studio della Condition Humaine. Nel Progetto Uomo, oltre alle opere-calendario, alle vernici e al poliuretano espanso, sono inserite modalità operative che con il tempo diventeranno predominanti, ed infine esclusive: si tratta di installazioni e soprattutto performances alle quali Andreani attende dalla metà degli anni ’80 del novecento, ma che riconoscono un importante precedente nell’installazione La Gabbia (Livorno, 1975). L’opera pone in scena il dramma della vita, sia pure in modo un po’ rigido ed esemplificativo: sagome umane di carta, a grandezza naturale, stazionano in gabbie metalliche che rendono vano qualunque sforzo di liberazione. Il titolo, nella sua medietas descrittiva, va oltre l’oggetto descritto e assume un valore simbolico: la gabbia è un oggetto dotato di consistenza fisica, ma al tempo stesso è un concetto, il termine di una meditazione sull’uomo e sul suo desolante destino di prigioniero senza speranza.

Un concetto che Andreani riprende alcuni anni dopo, in occasione della rassegna “Pisa Open 1992”, quando recupera una delle vecchie gabbie del 1975 e la pone al centro di una performance, ancora intitolata Gabbia, in cui l’autore in carne ed ossa si sostituisce alle sagome di carta e, da prigioniero, esegue delle azioni che tradiscono l’anonimità della vita quotidiana. Questa stessa performance, con una serie di variazioni e aggiustamenti, è eseguita nello stesso anno alla Casa della Cultura di Livorno (Progetto “Il Labirinto”) con il nuovo titolo, meno descrittivo e più allusivo, di Parabola.

Pur traendo senso e suggestione dalla tradizione evangelica, il lavoro descrive una serie di eventi propriamente mondani, e traccia un ritratto dell’esistenza che non offre speranze o indizi di catarsi finale: l’Uomo è condotto velato (cieco) alla sua dimora terrena (una gabbia) dove, liberato del velo (recuperata la coscienza), vive una vita schematica, ritmata da azioni rigidamente programmate, finchè la gabbia viene aperta (libertà?) e il protagonista, nuovamente velato (nuovamente cieco) è condotto al suo destino. Siamo di fronte dunque, a una metafora della vita, basata su una fatale incompatibilità tra conoscenza e libertà: l’uomo è libero quando è cieco, e vede quando è prigioniero, e questo produce una grande tensione morale, poiché il giudizio è vissuto in prima persona e sulla propria pelle.

Dopo un’esperienza così definitiva non meraviglia che Andreani si ritrovi a un punto di non ritorno. Ed infatti non ritorna: il suo nuovo e irrinunciabile ambito espressivo è l’azione Live, effimera ma di grande incisività, che si sottrae alle regole e ai luoghi comuni della fruizione e della mercificazione dell’arte. Le sue performances hanno un forte sapore autobiografico, esprimono giudizi e riflessioni sul mondo, si confrontano spesso con la fatidica data 1947, esprimono con acuto senso di perdita l’ineluttabilità del tempo che trascorre e degli anni della vita che si accumulano nella dimensione del passato, subendo in qualche modo la fatale etichetta ANNULLATO.

 

5 Progetto uomo: il versante video

Da alcuni anni l’attività performativa di Andreani si avvale del contributo determinante del video, che a poco a poco si è trasformato in un interesse specifico e dominante dell’autore. Il primo video è una trascrizione della striscia di Omini che costituiva il Racconto Parallelo del 1980, animata da una semplice progressione orizzontale e sostenuta da un commento sonoro stridente e angosciante: un lavoro che ha una sua indubbia autonomia come video, ma si presta anche a supportare e rendere ossessive le azioni performative che Andreani esegue in varie occasioni. E’ stato usato, ad esempio, nella performance Modalità Provvisoria (2007) per commentare una lunga e angosciosa ricerca di sé dell’autore eseguita strisciando, occultandosi e infine emergendo da sotto un grande telo steso sul pavimento; o nella performance eseguita a Senigallia (2009) durante la quale l’assurda processione di umanoidi è stata proiettata sulle pareti della sala e sul corpo stesso dell’autore intento a scattare foto Polaroid e ad “annullare” le immagini ottenute.

Nella performance Io,tu, egli, noi, voi, essi (2004) uno straordinario video di moltiplicazione/polverizzazione di occhi ottenuta per fasi successive ciascuna introdotta da un colpo di pistola è contestualizzato con un’azione statica ma intensa eseguita dall’artista di contro allo schermo; lo stesso dicasi per la performance Transfer, in cui la componente video (un’esecuzione brutale effettuata nella guerra del Vietnam, con i personaggi gradatamente sostituiti dal volto dell’artista) possiede una forza sconvolgente e fa da contrappunto alla figura dell’autore, presente fisicamente in scena e  crea suggestivi ed inquietanti rimandi.

Sarebbe limitativo chiudere l’esperienza video di Andreani su una funzione di supporto dell’azione live. In realtà l’artista ha dedicato sempre più spazio e interesse ad essa, dimostrando una particolare sensibilità tecnica e linguistica. Si tratta di un campo oggi molto affollato: ma Andreani non si allinea con nessuno, sostenuto com’è da un’intima necessità di scoprire e comunicare, e da una consapevole, non comune, attenzione per la lucidità e l’efficacia del messaggio trasmesso. Da questo deriva la grande incisività dei video di Andreani, che hanno una grande capacità di scuotere, eventualmente commuovere, sempre far pensare.

Le tematiche affrontate non sono dissimili ( e non potevano non esserlo) da quelle discusse sopra: esse investono la sfera dell’intelligenza, analizzano impietosamente la condizione umana, offrono spunti di vita personale presentandoli con malinconia e disincanto. Però l’artista, agganciando i racconti a dei significati da condividere, evita il rischio di esaurirsi al fascino esteriore delle immagini e delle soluzioni tecniche, utili e talora indispensabili, ma non certo esaustive del discorso artistico.

 

Bruno Sullo

2011

(riproduzione vietata)

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