ENRICO MORI

Il_Melograno febbraio 2, 2012 Commenti disabilitati

 

Enrico Mori, oltre il Rubicone

Testo di Bruno Sullo

1 In principio era la pittura (dal 1970)

L’approccio di Enrico Mori all’arte data dagli anni ’70 quando, dopo alcuni esercizi ed esperienze individuali, entrò a far parte, con Bianchi, Bottai, Donati, Gani, Guideri, Mischi, Paoli del gruppo Gli Irrazionali (Rosignano Solvay, Livorno 1970-1972). Fino al 1993, dunque per venti lunghi anni, l’artista si muove nell’ambito di una pittura iconica non descrittiva e non tradizionale (piuttosto vicina alla neo-figurazione), e trova un’ulteriore collocazione in un nuovo gruppo artistico, fondato nel 1991 con Raimondo Del Prete e Franco Paoli e denominato I Tintori (1991-93). La tipologia linguistica di questo periodo è caratterizzata da una tendenza ad estrarre il soggetto delle opere dal suo contesto naturale ed investirlo di complesse operazioni formali che lo delineano per rapidi accenni, o scompongono e lo ricostruiscono per prospettive innaturali e talora artificiose in cui finisce per perdersi. In particolare l’attenzione dell’artista si rivolge al colore, in accordo con la poetica del gruppo, che investe le figure, dialoga con uno sfondo spesso uniforme, ed esprime una sorta di élan tempéré attraverso i contrasti timbrici e la libertà della gamma cromatica.

2 Il guado del Rubicone (1993)

Il 1993 è l’anno cruciale. Un anno che segna un brusco iato con le esperienze precedenti e che, in modo repentino e insospettabile, prospetta a Mori un percorso nuovo e diverso, in cui si coagulano ricerche visive, poetiche e multimediali. Il confine tra prima e dopo, Il Rubicone che l’artista decide di attraversare, è rappresentato da un’opera, Cenabis Bene, presentata al centro “Asilo Notturno”, a cura del gruppo Porto Franco, dal 19 febbraio al 5 marzo 1993. Si tratta, tecnicamente, di una installazione,  una lunga tavola imbandita per una cena offerta a tutti i visitatori, sulla quale fanno mostra di sé gli antipasti, primi piatti, secondi, contorni, vini, frutta, caffè, gelati, tutto perfettamente riconoscibile e tutto rigorosamente falso.

In effetti, i cibi sono preparati elaborando materiali eterogenei i non certo edibili (lana, pigmenti, scatole, piatti, bottiglie, ecc.) per lo più  rinvenuti in discariche lungamente e amorosamente frequentate; inoltre, il banchetto è proposto come un evento essenzialmente visivo, che si concede alla vista ed esclude gli altri sensi ( in particolare il gusto e l’olfatto, i più importanti per i cibi); infine , l’artista gioca abilmente con la divaricazione tra verità e apparenza, senza porre alcun problema di identità degli oggetti esposti. Il suo assunto non né iperrealistico né concettuale: alla provocazione preferisce l’ironia, la sorpresa, il gioco.

In questo fermarsi subito prima della mistificazione, Mori esprime un concetto nuovo e antiretorico dell’arte: essa ha come referente la vita, anzi la dimensione quotidiana di essa (quale atto è più comune ed usuale del mangiare?), ma è anche finzione, artificio, osservanza di convenzioni linguistiche. L’obiettivo dell’artista non è confondere la percezione visiva dei fruitori, dissimulare il confine tra vero e falso, bensì avviare un processo asintotico di avvicinamento, che non porterà mai alla fusione, molto più stimolante che azzerare le distinzioni, perdere le rispettive identità, scivolare nel banale della formula «l’arte è vita e la vita è arte» in cui si finisce per non sapere più che cosa sia l’una e che cosa l’altra.

In questa fase di lavoro, di per sé innovativa, si registra la persistenza di un interesse dell’autore per i connotati storici della pittura, in particolare per il colore, questo però inteso non come carattere estetico dei soggetti dipinti, ma come materia, magma cromatico, elemento denso e auto significante: una posizione, ormai, oltre la pittura.

Dopo questa esperienza, per certi versi traumatica e irreversibile, Mori affronta il lavoro artistico con una diversa prospettiva di ricerca. E’ ad esempio significativo che nello stesso anno 1993 egli sia presente a Venezia a un happening con Shozo Shimamoto; che nella galleria “Artestudio” di Emilio Morandi (Ponte Nossa, Bergamo) dia inizio alla nuova stagione creativa caratterizzata da opere costruite con telaietti per diapositive eseguendo la prima di esse in pubblico; che alla galleria Graffi di Bologna realizzi un’installazione forte con un grande gabbiano morto; tematiche e operazioni lontane ormai dalle comuni pratiche della pittura, che non sarebbero state possibili senza il grande salto del fossato di Cenabis Bene.

3 Immagini per una sintassi spaziale (1993-2000)

Il lavoro eseguito live a Ponte Nossa (1993, vedi sopra) recupera un vecchio interesse di Mori, quello fotografico, e lo trasforma in un campo di ricerca privilegiato, superando però la specificità della fotografia vera e propria. Da ora, e per un po’, utilizza telaietti per diapositive inserendo in essi particolari e ritagli di foto (ma anche immagini di riviste, segni e disegni autobiografici), e disponendoli sulla superficie del quadro in un rigoroso schema ortogonale di ascendenza cartesiana, organizzato per ascisse e ordinate.

Le opere realizzate presentano un’evidente bivalenza strutturale, giocata sulla distanza intercorrente tra la forte struttura logica dell’organizzazione geometrica e della reiterazione delle tessere elementari e il contenuto iconico di esse, ricco del sapore e dei contrasti del mondo.  Il primo elemento, la struttura sintattica cartesiana, determina l’effetto d’approccio e condiziona la lettura generale dell’opera, rendendo immediatamente ragione del lavoro analitico che è alla base della creazione e fornendo un meccanismo di controllo a una fantasia esuberante, e, potenzialmente, prevaricante. Il secondo elemento, il contenuto iconico, emerge ad una seconda lettura, ravvicinata, e consente di scoprire i diversi aspetti della vita che, nella loro varietà ed articolazione, tendono comunque a disporsi in unità.

Quest’ultimo aspetto è svelato dalla presenza di un tema che spesso l’autore impone alle sue opere, così che le varie tessere, pur diverse, ruotano in ciascuna opera intorno ad un unico argomento, sia esso un aspetto fisico del mondo (le rocce, il mare), sia un evento (il carnevale, un viaggio), sia una ricerca di identità (soprattutto il gabbiano, animale nel quale Mori si riconosce profondamente), o altro. Nel loro complesso queste opere offrono all’artista illimitate possibilità d‘indagine e di conoscenza del mondo e, d’altra parte caricano l’osservatore di forti responsabilità derivanti dalla funzione, a lui attribuita, di lettore, interprete, e dunque interlocutore privilegiato dell’autore.

Lavorando con queste modalità e obiettivi, Mori ha costruito un corpus ampio e suggestivo di lavori, che superano ampiamente e definitivamente le istanze, da cui l’artista era pur partito, della pittura tradizionale, per approdare ad un espressività artistica più ampia, aperta alla riflessione e alla valutazione di ciò che esiste e si svolge fuori dagli ambiti circoscritti di una specifica pratica operativa.

4 Le cose e le loro forme (dal 2000 in poi)

La grande varietà dei contenuti iconici presenti nelle opere sopra descritte presuppone un atteggiamento strenuo di ricerca, del resto già presente in Cenabis Bene. E’ un atteggiamento che diventa dominante, anzi esclusivo, nel prosieguo del percorso artistico di Mori, e si precisa in un’attività ostinata e instancabile di oggetti, che egli raccoglie percorrendo i luoghi della caducità e della decadenza, strade, spiagge, cassonetti per rifiuti, discariche. E’ la poetica non nuova dell’objet trouvé, che però ha un nuovo senso per l’attrazione dell’autore per la forma dell’oggetto, che egli si compiace di proporre in una modalità “segnica”, privata di qualunque traccia fisica della sua provenienza oggettuale. Mori ottiene le “sue” forme ponendo gli oggetti trovati su grandi teli (lenzuola e tovaglie, espressioni di una disarmante quotidianità) e nebulizzando intorno ad essi colori ad olio o acrilici, ovvero spalmandoli di vernice fresca e usandoli poi come timbri: tecniche che permettono di conservare l’identità dell’oggetto, trasferendola però a un ambito visivo anoggettuale, e recuperando in modo nuovo le sue antiche radici espressive.

Il risultato è costituito da grandi teli di stoffa che portano su di sé le impronte visive delle cose e che rifiutano la rigidità del telaio ( una decisiva differenza rispetto alle opere della fase “cartesiana”) , la levigatezza della tela “tirata”, la costrizione della cornice o del vetro. La superficie del lavoro rimane una superficie, non si trasforma in un’entità geometrica astratta (piano), anzi tende ad accentuare la sua fisicità, disponendosi in pieghe irregolari e casuali adattandosi ai vari supporti. Le opere possono essere attaccate ai muri secondo un’esposività “classica”, o essere distesi al suolo come tappeti calpestabili  o non, o infine essere utilizzati per coprire mobili, oggetti, personaggi vivi, trasformandoli in opere d’arte.

In definitiva, il momento del rinvenimento e della scelta degli oggetti, quello del loro trasferimento ai teli, e quello della presentazione dei lavori finiti costituiscono, per Mori, un continuum creativo capace di portare alla luce, in sintesi felice, il mondo sottile e potente della sensibilità dell’artista, così come si è costituito ed arricchito attraverso le diverse ricerche ed esperienze attraversate.

5 il poeta e il performer

Enrico Mori non è soltanto artista visivo: almeno altri due aspetti della sua personalità vanno segnalati, sia per il valore dei risultati, sia per l’impegno non inferiore a quello accordato all’arte visiva, sia infine per la scelta di operare continue contaminazioni tra loro traendo da questo una più originale caratterizzazione del proprio lavoro. Questi due aspetti sono la poesia e l’arte comportamentale.

Mori è un originale poeta, interessato al mondo semplice e complesso della vita di tutti i giorni, di cui non rifiuta negli aspetti più comuni e perfino banali, direi casalinghi, che anzi sono considerati l’humus da cui si svolgono i tratti di umanità più veri e spontanei. Il suo linguaggio poetico è semplice e complesso, come i temi affrontati, capace di impennate emotive e di ingenuità disarmanti, ricco di costruzioni audaci, scivolamenti sintattici, curiosi neologismi, con cui egli può giocare con le parole e i loro significati, dare nuova vita a termini e argomenti banali, ridestare l’interesse e l’attenzione del lettore ogni volta che essi tendano ad affievolirsi.

Una raccolta di liriche di Mori, segnata dal titolo “casalingo” di La Mia Prima frittata, è stata stampata a cura de La Casa dell’Arte nella sua Collana “I Quaderni” (n° 4, 1998), e una seconda raccolta, intitolata Fuori dell’Uscio ( che segna un ampliamento dei temi e degli interessi fuori, ma appena fuori, della porta di casa) è in programma di stampa, per la stessa Collana, per il 2011.

Ormai da molti anni Mori cura in modo particolare il versante comportamentale dell’arte. La sua attività in questo campo si è venuta precisando con sempre maggiore chiarezza, e sembra potersi definire in base a tre elementi costitutivi che ricorrono da soli o più spesse associati in un regime di assoluta pariteticità. Questi elementi sono: la sua affinità, che spesso trasgredisce in identificazione, con il gabbiano, animale libero e potente, grande navigatore e cacciatore, vincitore (grazie alla sua adattabilità alle situazioni) nella lotta per la sopravvivenza; l’utilizzo “in diretta” dei suoi teli segnati dalle forme delle cose, stesi sul pavimento o drappeggiati intorno agli oggetti e soprattutto a persone, che so così sono tout court trasformate in sue opere statuarie; il ricorso frequente, ultimamente quasi costante, alle sue poesie, intorno alle quali egli ha preso a costruire le proprie azioni, aprendo scenari visivi e significati non altrimenti acquisibili.

Con questi elementi Mori ha individuato una via del tutto personale all’arte comportamentale, non debitrice ad alcun autore, in quanto costruita da progetti, materiali, e linguaggi rigorosamente originali. I lavori prodotti indagano i fondamentali problemi dell’uomo, la vita, la morte (Morte di un Gabbiano 1997,2001), l’aspirazione all’immortalità (I teli sono stesi 2006), la memoria e il rimpianto (Riflessioni 2007),  il senso del tempo e delle antiche cul ture(Tepee 2006): si tratta sempre di opere complesse, vivide per una lo forte sintesi, testimonianze dell’umanità dell’autore ma anche possibilità offerta allo spettatore di lasciarsi coinvolgere nel momento emozionante e irripetibile della creazione artistica.

Bruno Sullo

(riproduzione vietata)

 

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