PAOLO NETTO e la “fabbricazione” dell’opera, di BRUNO SULLO

Il_Melograno gennaio 25, 2012 Commenti disabilitati
PAOLO NETTO e la “fabbricazione” dell’opera, di BRUNO SULLO

Paolo Netto e la “fabbricazione” dell’opera

 1 Le radici lontane

La storia artistica di Paolo Netto contempla una lunga preistoria, un avvicinamento lento ma costante alle consapevoli e definitive conquiste datanti da circa metà degli anni ’90 del 1900. Queste radici sono di tipo “figurativo” e riconoscono affinità elettive con la tradizione post-macchiaioa e con la cultura verista toscana, Tuttavia le necessità espressive dell’autore non si esaurivano in un compito puramente descrittivo della realtà, ma si intrecciavano con la sua sensibilità e il suo interesse per le necessità degli uomini. Sostenuto da questa peculiarità della sua ispirazione e da un forte impulso di ricerca, Netto superava dunque questa fase nella direzione di un simbolismo capace di ritagliare il contesto reale sull’uomo visto nel complesso delle sue problematiche e dei suoi significati.

Giustamente annota Francesca Mariani che «i paesaggi diventano luoghi dove la presenza umana viene ricordata, o meglio, suggerita attraverso al citazione storica di tratti paesistici ricchi di tradizione, quali, ad esempio, le vallate di Val di Magra.» Dunque, rimanendo entro i confini dell’arte iconica, Netto opera un significativo aggiustamento di prospettiva che rende i suoi lavori meno legati ai canoni e condizionamenti, piuttosto lontani dal contesto culturale e stilistico entro cui si ponevano.

Il nuovo rapporto impostato tra l’uomo e il suo mondo, l’interesse per gli scenari ricchi di storia e di tradizione, una nuova sensibilità per la sfera della memoria intesa come valore irrinunciabile di esistenza e di continuità sono gli elementi che segnano il passaggio di Netto, avvenuto a metà degli anni ’90, a un nuovo e diverso tipo di lavoro artistico, che così appare forse meno brusco e immotivato.

2 L’opera “fabbricata”: Stele e Muri

Il cambiamento è segnato da un avvenimento “esterno”, l’incontro con le Statue-stele della Lunigiana, avvenuto nel 1996. Netto rimane affascinato da queste creazioni, a metà tra l’archeologia e l’arte, che legano il passato lontano, quasi atavico, dell’uomo a un presente che le accoglie e le ripropone all’attenzione dei visitatori, che sembrano simboli della memoria, totem dell’umanità, e che portano su di sé tutto un carico di mistero, di esistenza, di civiltà gettandolo nella nostra tormentata civiltà.

Da ora Netto intraprende un cammino che prevede sempre più profonde incursioni nel mondo della materia, prima condizionate o almeno collegate con le Stele lunigiane, allusive di personaggi che agiscono nell’intimo dell’emotività dell’autore, in seguito affrancate anche da questi ultimi residui di iconismo e libere di esercitare in autonomia l’impulso creativo dell’autore. La prima di queste due fasi conduce ad opere di grande suggestione, correttamente definite Stele, in cui si ritrovano, sia pure sottoposte a tutta una serie di elaborazioni e d’interventi manuali, le forme delle stele lunigiane, soprattutto le teste ovali di esse. Questo rapporto consapevolmente mantenuto è utile per una definizione d’identità, e dà un senso particolare, un obiettivo alla modalità operativa dell’autore.

Infatti la materia, in Paolo Netto, non è trovata ed impiegata, è costruita. L’artista si trasforma in muratore e utilizza i materiali e gli strumenti adatti a “fabbricare” sulla tela dei quadri una superficie scabra, diseguale che, al di là delle forzature necessarie a comporre le figure delle Stele, s’ispira ai vecchi muri pieni di crepe, di scrostature e di sofferenza che testimoniano la storia tormentata degli uomini e le difficoltà del vivere quotidiano.

In effetti, già mentre realizza le Stele, si verifica in Netto un processo di liberazione dall’icona che gli permette di superare il soggetto “stele”, per porre in primo piano la natura profonda delle sue superfici ottenute con calce e cazzuola, che è quella, semplicemente, di muri. Insieme alle Stele, dunque, ecco la serie dei Muri, che testimoniano di un sentimento più vicino all’uomo nella sua esperienza di quotidianità, più diretta espressione del tempo e delle metamorfosi che esso produce nel suo scorrere. Scrive Giovanna Riu: «Frammenti di segni geometrici, inclusioni, elementi figurali, tracce di presunta casualità, provocate dal gesto libero o, anche, dalla reazione della materia, suggeriscono un “linguaggio magico”, il cui sistema mette insieme “residui” della storia personale dell’artista e della storia ancestrale dell’uomo.»

Ma nei muri tormentati di Netto (Muro romantico, Sangue sul muro, Muro torturato, Muro antico, Muro abbandonato, Muro ferito, Segnali su muro, Muro impreziosito, Muro sofferto…) non è da leggere soltanto testimonianza, un racconto di vita, un’appropriazione amorosa di storia: in essi esistono anche, e forte, un richiamo alla concretezza e alla difficoltà del vivere, un’urgenza comunicativa, un messaggio da leggere e su cui riflettere. La civiltà contemporanea concede all’uomo una libertà percettiva e cognitiva molto limitata dal bombardamento di messaggi visivi ed acustici pubblicitari, propagandistici, effettuato «attraverso l’utilizzo strumentale dei media e delle pareti cittadine» (Mariani); l’aggressione mediatica è talora evidente, talora subdola, ma è sempre diretta a conseguire risultati esterni in termini di convincimento e condizionamento, ed è inoltre fortemente lesiva del libero arbitrio e dell’autonomia di giudizio di chi vi è sottoposto. I muri delle piazze e delle strade delle città non sono più muri, sono un luogo di caotici, rutilanti messaggi e appelli, veri e propri tentativi di corruzione. Netto «capovolge questo uso del muro che diviene, invece, esso stesso una realtà comunicativa con la quale l’osservatore può interagire uscendo dalle condizioni percettive che gli vengono abitualmente proposte» (Mariani)

I Muri di Netto si danno in tutta la loro fisicità (non nell’impressione o nell’allusione di fisicità), in quanto sono letteralmente “costruiti” sulla tela; non dissimulano imperfezioni, irregolarità, approssimazioni costruttive che anzi esibiscono come elementi di lettura e d’interpretazione; propongono se stessi in un circuito tautologico che però si spezza aprendosi nel significato, all’emozione interpretativa, al concetto sotteso. Inoltre non obbediscono a regole compositive, non si richiamano a figurazioni sia pur alluse (come nelle Stele) e finiscono per acquisire un livello “astratto” configurato in segni, linee, forme approssimativamente geometriche, incrostazioni che hanno un senso estetico in se stesse: in questo affiancarsi da qualunque forma agganciano e trattengono con maggior forza il concetto, il messaggio di vita e di storie che trasmettono.

 

3 Un gioco comunicativo: I Manifesti

In questo generale ambito di significatività si inseriscono anche i Manifesti, lavori che conservano la manualità esecutiva e la costruttività dei Muri, ma hanno una vocazione più oggettuale, risultato di un più cospicuo inserimento di materiali e di una tecnica più spiccatamente assemblativa; a queste caratteristiche aggiungono una nuova riflessione dell’autore, più concentrata sul ruolo comunicativo dell’opera d’arte e al tempo stesso critica dei muovi mezzi e dei nuovi riti della comunicazione contemporanea. Netto intende questi contenuti affidabili a un meccanismo di gioco, operazione diretta ai lettori e contenente uno spesso substrato di sarcasmo, che però riafferma la necessità di un recupero dei rapporti interpersonali, fisici e diretti, che oggi sono considerati superflui o superati dalla tecnologia e che in passato consentivano la verifica delle reazioni e delle emozioni collegate con il discorso.

I Manifesti adottano, da questo punto di vista, un linguaggio prelevato dalla tecnologia dei telefoni mobili ( quello degli sms), accogliendo sulle loro superfici scabre e tormentate serie di numeri a prima vista gratuiti e insignificanti, ma non lo sono una volta correttamente decodificate. Il metodo di decodifica è di seguire le indicazioni numeriche digitando i corrispondenti tasti del cellulare e osservando sul display il risultato dell’operazione. Si potrà verificare, allora, che le serie di numeri compongono un messaggio criptato, e questo messaggio (un po’ per gioco, un po’ per consapevole e meditata scelta culturale) consiste per lo più in una filastrocca infantile che rimanda ad un tempo pre-tecnologico, quando, secondo Netto « c’era una maggiore considerazione per il prossimo», intendendo per “considerazione” il rispetto per l’identità umana dell’individuo. Esso un esempio, tra i più semplici, riportato da un Manifesto e decodificato:  222/33772/888662/88866655582 C’era una volta….. 

Il ciclo si compie e si completa con una riconsiderazione critica delle tematiche sviluppate fino ad ora (Rivisitazioni), una sorta di disvelamento di ciò che i Manifesti avevano coperto. In questa fase di lavoro lo scarto rispetto ai lavori precedenti è evidente ma non estremizzato, ed è prodotto soprattutto da due elementi nuovi che caratterizzano le opere: l’utilizzo del cartone ondulato (per intenderci, quello delle scatole d’imballaggio) e l’adozione sistematica e definitiva, del monocromo. Ma con queste due soluzioni entriamo in una fase di lavoro che conduce ad opere di particolare espressività e suggestione, d’impianto “povero”, semplicemente denominate Cartoni.

4 Cartoni usati, recuperati, dipinti: salvati

E’ dunque il cartone ondulato, quello delle scatole di imballaggio, il protagonista della nuova stagione creativa di Netto. A ben vedere, il suo utilizzo non è un’operazione innovativa; la novità consiste, piuttosto, nell’uso sistematico ed esclusivo di esso,  fino a divenire il tratto identificativo dell’artista,  un po’ come il sacco di juta di Burri, gli impasti di Fautrier o il caolino di Manzoni. Il cartone ondulato è assunto del suo significato di materiale “povero”, tanto più che si tratta sempre di cartoni usati, altrimenti destinati alla distruzione come tutto ciò che non serve più.  Questo cartone fornisce il substrato, il campo epifanico dell’evento artistico, ma non è una superficie anonima e indifferente, bensì un interlocutore attivo, capace di sostenere un dialogo serrato e ad armi pari con le altre componenti dell’opera (ad esempio i segni e il colore), gettando in esso tutta la della sua  natura e la sua peculiare, suggestiva personalità.

Sul cartone Netto esegue una serie di azioni che producono segnature, rotture, graffi, tagli, impronte, parziali ablazioni del rivestimento esterno del cartone stesso ( che ricordano certe operazioni di decortificazione effettuate sul cellotex da Burri); ovvero sceglie e accetta un materiale che, per il pregresso utilizzo, già presentava queste irregolarità e deterioramenti. Su questo cartone, così tormentato, Netto applica materiali e oggetti diversi, listerelle di legno, chiodi, lamiere, altri pezzi di cartone; in più inserisce nella composizione segni e impronte di significato autobiografico, gocciolature di smalti colorati, impronte circolari di barattoli, croste di pigmento e di colla, tutti elementi che svolgono una funzione allusiva e che, per tale via, conferiscono all’opera una valore diverso, più intimo e coinvolgente rispetto alla semplice presentazione di materiali.

La superficie, infine, è investita dal colore, per l più un colore unico. La monocromia, già presente come tendenza nei Manifesti, ora diviene connotazione identificativa dell’opera e inserisce l’autore in un contesto storico di grande importanza; il monocromo di Netto non è spirituale come quello di Klein, né fisico e volutamente brutale come certi di Manzoni, né analitico e percettivo come quello di Ryman, né optical come quello di Castellani e Bonalumi; esso conserva, piuttosto, un’interessante e personale valenza “pittorica”,  attualizzando e rivitalizzando un lavoro antico.

La stesura uniforme e invasiva del colore non annulla la superficie, la sua concretezza, la sua storia pregressa, il suo tormento visivo, né occulta i materiali applicati ed emergenti da essa; anzi, restituisce a queste componenti dell’opera tutta la loro forza espressiva, sottolineando gli spessori, gli aggetti, il gioco stratificato dei piani, gli effetti d’ombra; al tempo stesso produce una controllata, discreta omologazione dei contrasti, delle diversità, inducendo  il lettore ad una approfondita analisi dei dettagli e del loro ruolo rispetto al complesso, operazione indispensabile a cogliere il sottile  malessere esistenziale che i lavori trasmettono.

Bruno Sullo

PAOLO NETTO, TESTO CRITICO DI BRUNO SULLO

(riproduzione vietata)

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